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Storia > della danza a cura di Walter Venditti
Polimnia inventò il piacere della Danza".
«Polimnia, madre della Danza, fa muovere le sue mani e nel silenzio disegna una immagine imitativa della voce, esprimendo con le sue mani un personaggio pieno di saggezza».
Il vecchio proverbio:
"Sotto il sole non esiste nulla di nuovo" coglie, in questo caso nel vero.
Platone dice:
"L’imitazione della parola con il gesto ha prodotto tutta l’Arte della Danza".
Luciano di Samosata nei "Dialoghi sull’arte della Danza", precisa:
«Il danzatore dovrà identificarsi con i suoi personaggi, i suoi gesti non dovranno essere in disaccordo con i personaggi sulla scena: egli dovrà esprimere il carattere di ciascun personaggio».
Nonno di Panopoli nelle sue Dionisiache:
«Polimnia, madre della Danza, fa muovere le sue mani e nel silenzio disegna una immagine imitativa della voce, esprimendo con le sue mani un personaggio pieno di saggezza».
Curiosamente notiamo quest'attribuzione della danza a Polimnia, perché nell’antichità quest'attribuzione veniva data a Tersicore.
Però, in una antologia, ritroviamo la medesima asserzione: "Polimnia inventò il piacere della Danza".
Una particolarità della danza greca, d'attualità ai nostri giorni: è il fatto che un passo che veniva spesso ripetuto, si eseguiva allora battendo i piedi: e oggi si definirebbe Claquettes.
Omero scrive nell’Odissea, (VIII, 264):
"Essi battevano i loro piedi nella Danza sacra".
Lo stesso Erodoto dà la medesima definizione nella sua Historia:
"Parlando ai cacciatori che battevano i piedi li esortava dicendo: fate risuonare la terra sotto i vostri piedi".
Con una descrizione interessante Luciano scriveva nell’opera già citata:
«Coloro che battevano la terra avevano delle suole di ferro». Dal che si comprende che i calzari dei cacciatori greci erano muniti sulla punta e nel tacco di lamelle metalliche per le loro danze.
Secondo varie fonti in epoca successiva, i primi vescovi furono chiamati praesules appunto perché praesiliendo, cioè danzando, guidavano le danze nelle grandi solennità.
Come a suo tempo, il capo dei sacerdoti istituiti da Numa Pompilio si era chiamato praesul.
«L’ufficio divino - scrive il padre gesuita Menestrier che nel 1683 scrisse un interessante libro sulla danza - era allora composto di salmi, inni cantati e danzati come si legge nel Vecchio e nel Nuovo Testamento».
Il luogo dove si rendeva omaggio a Dio venne chiamato coro, come pure quelle parti della commedia e della tragedia in cui la danza si univa al canto per formare gli intermezzi.
Così come faceva nei Ludi pubblici colui che iniziava la danza e che i greci chiamarono choregos.